Le favole di nonno Bossi

Nonno Bossi torna tra i suoi e – dopo aver annunciato che tornerà a ricandidarsi a segretario della Lega Nord – racconta una nuova favola allo scopo di far dimenticare le sue responsabilità e quelle del suo partito. Come sapete, nelle favole della Lega i cattivi sono sempre meridionali e tutti i mali vengono dal Sud dell’Italia.

“È un po‘ colpa nostra ciò che è avvenuto. Ma non colpa perché qualcuno ha rubato, secondo me non ha rubato nessuno. Devo dire francamente che io non vedo ladri qui, ho visto qualche errore. Avevamo a fare l’amministratore uno collegato alla ‘Ndrangheta. (NdR: risponde alla folla) Sì, esatto: un terrun, un terrun.”

Naturalmente Bossi non dice che l’amministratore, Francesco Belsito, è stato nominato per volontà sua e dell’intero gruppo dirigente della Lega. Non spiega perché allo stesso Belsito sia stata affidata la carica di vicepresidente di Fincantieri, uno dei più importanti gruppi industriali pubblici del Paese. Bossi finge di essersi dimenticato che gran parte dei fondi di partito sottratti alla loro destinazione naturale, cioè il finanziamento delle attività politiche, sono andati a beneficio della famiglia Bossi, della moglie dello stesso leader e dei figli Renzo e Riccardo.

Il popolo della Lega per ora applaude, anche se certo tutti sanno bene che le cose sono andate diversamente da come le racconta nonno Bossi. Ma a lui si perdona tutto, anche l’aver trascinato la lega nel ridicolo con i tentati investimenti in Tanzania, l’acquisto di diamanti e lingotti d’oro e la nomina di una persona volgare come Rosy Mauro alla vicepresidenza del Senato. A proposito: anche di lei Bossi ha scoperto – dopo lo scandalo – le origini pugliesi.

Gli applausi ricevuti da Bossi dal popolo leghista dimostrano che quando gli elettori sono disposti a credere a delle panzane pur di rifarsi la verginità, la razionalità non serve a molto, ammesso che sia di casa alla Lega. E d’altra parte come non essere indulgenti verso un nonno debilitato che racconta storie fantasiose quanto improbabili?

Sembra incredibile, ma per molti anni e fino a poco tempo fa Bossi è stato indicato da molti come un vero leader carismatico, dotato di fiuto politico, anzi un animale politico capace di visioni strategiche. Doti queste che sembravano persino mettere in ombra i lati peggiori del pensiero di Bossi: il secessionismo, la xenofobia, la violenza verbale che incitava quella fisica, il porsi apertamente contro quella Costituzione su cui lui ha più volte giurato come Ministro della Repubblica. Oggi di fiuto politico e di carisma se ne avverte sempre meno, tra i miasmi dello scandalo leghista.

Un attento osservatore della Lega Nord, il prof. Angelo D’Orsi, ha osservato a proposito di Bossi come ormai

“finito il politico resta l’animale, un animale sofferente, ma non a sufficienza, evidentemente, per smettere di insultare, vociare, minacciare con il suo dito medio, ormai solo grottesco, e il suo pugno alzato (l’abbiamo visto alle prese con il giornalista che gli chiedeva conto del denaro sottratto), che suscita più la voglia di rispondere con pernacchie e sghignazzi, che l’indignazione e il bisogno di rivalsa”.

Lo stesso D’Orsi offre una definizione di Bossi che ci sembra calzante e veritiera:

“è sempre stato un cialtrone, con uno spiccato gusto per la volgarità (spontanea in lui) e una fascinazione per la violenza, un personaggio da osteria che tra i fumi dell’alcol amava giocare a chi le sparava più grosse: e così, nella colpevole indifferenza di tanti e nella acquiescente benevolenza di troppi, giunse con i suoi amici alle camicie verdi, alla secessione magari con i fucili della Val Brembana, o a compiere gesti eclatanti in sede parlamentare, dai volantini contro “Roma ladrona” agli striscioni inneggianti alla cosiddetta Padania.”

Logico quindi che nonno Bossi sia passato dalle storie da osteria alle favole per leghisti.

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