Migrazione e Salute nella politica sanitaria dell’Europa

Riceviamo da Pino Tabbì, membro del Circolo PD Stuttgart 1° e Presidente dell ACLI Baden-Württenberg e volentieri pubblichiamo

Migrazione e Salute nella politica sanitaria dell’Europa

I rischi della salute in emigrazione.

In Europa non ci sono dati rappresentativi che in modo oggettivo analizzino lo stato di salute dei migranti.

Alcuni studi fatti in diverse nazioni europee comprovano però che i migranti godono, rispetto alla popolazione locale, uno stato di salute peggiore con una tendenza verso le malattie croniche.

Le condizioni di vita e di lavoro dei migranti hanno sicuramente avuto un effetto negativo sulla loro salute.
Nel mondo del lavoro l’emigrato, per raggiungere il proprio scopo di vita, ha svolto molto spesso lavori che comportavano alti rischi per la salute. Lavori pesanti, in ambienti malsani e spesso a contatto con materiali tossici, tripli turni di lavoro, lavoro a cottimo.
Inoltre sono mancate per questi lavoratori possibilità di “rigenerazione” a causa di non adeguate condizioni abitative e mancanza di risorse finanziarie e sociali.
La scarsa conoscenza linguistica, la mancanza di qualificazione e il basso interesse dei datori di lavoro rispetto alla salute dei lavoratori immigrati, ha fatto si che venisse a creare un deficit d’informazioni riguardo tecniche di lavoro e misure di sicurezza, esponendo così il lavoratore ad altri rischi.
Se inizialmente i lavoratori migranti, per via del fattore “selezione” con il quale erano chiamati, erano più in salute dei lavoratori locali, oggi questa condizione in molti lavoratori della fascia d’età tra i 55 – 65 anni è ribaltata.
Gli effetti negativi sullo stato di salute dei migranti può in parte ricondursi al grande peso psichico derivante da insicurezze socioeconomiche tipiche dell’emigrazione, come un insicuro/limitato permesso di soggiorno, condizioni di lavoro poco favorevoli o disoccupazione, poche risorse finanziarie e in molti casi separazione da membri della famiglia.

I gruppi di migranti più esposti ai rischi per la salute sono:

  • i lavoratori/trici senza una qualifica e quindi più occupati in ambiti di lavoro ad altro rischio: edilizia, agricoltura, miniere, lavorazione di materiali inquinanti ecc.
  • asilanti e rifugiati a causa del “peso psichico” a seguito di guerre, torture, sfruttamenti;
  • gli immigrati irregolari: a causa della paura di essere scoperti rinunciano a ogni diritto sia sul lavoro sia nell’assistenza sanitaria.

Nell’ambito dell’assistenza sanitaria e della ricerca i migranti sono considerati come “soggetti difficili da raggiungere”.

Un’attenta analisi delle politiche sanitarie nazionali fa però notare come loro siano caratterizzate negativamente da diversi elementi:

  • concetti assistenziali orientati in massima parte verso il ceto medio-alto;
  • accesso linguistico caratterizzato dalla sola lingua nazionale;
  • mancanza di competenze interculturali del personale specializzato;
  • concetti e strutture monoculturali che non tengono conto delle diversità
  • culturali e delle poche competenze, nell’ambito della salute, dei migranti.

I migranti, rispetto alla maggioranza della popolazione locale, utilizzano poco le strutture/cure sanitarie offerte dal sistema sanitario nazionale.

I motivi per questa differenza nell’utilizzo delle cure sanitarie sono:

  • differenze nello stato assicurativo
  • problemi di comunicazione (barriere linguistiche e mancanza d’informazioni
  • diversità nella concezione della malattia)
  • fattori strutturali (ad es. condizione giuridica del soggiorno; esperienze specifiche legate all’emigrazione).

Condizioni assicurative

I migranti con un permesso di soggiorno / Status legale, sono normalmente anche assicurati contro la malattia. Essi hanno quindi diritto come i cittadini locali a godere dell’assistenza malattia in tutte le sue forme.

Gli asilanti e i rifugiati politici godono – per tutto il periodo in cui è analizzato il caso dalle competenti autorità, o per il periodo del loro soggiorno – di un’assistenza sanitaria limitata.

Problemi di comunicazione

Problemi di comunicazione per alcuni migranti nascono a causa della loro bassa conoscenza linguistica per quanto riguarda l’aspetto della salute, del proprio corpo, del come ci si sente, della sessualità.
Dall’altra parte molto spesso le informazioni e indicazioni sulle cure sanitarie non sono tradotte nella lingua specifica del migrante.
Negli ospedali le informazioni su diagnosi e terapia che i medici danno ai pazienti migranti, molto spesso vengono non capite. Spesso si nota, nei migranti anziani, una perdita delle informazioni e delle proprie conoscenze sulla diagnosi dopo i colloqui con i medici.

Questa situazione comporta diversi e seri problemi con i pazienti che devono essere sottoposti a interventi chirurgici. La mancanza di complete e chiare informazioni limita la capacità decisionale del paziente. Capacità decisionale che è legata al diritto all’informazione e alla chiarezza da parte del paziente.

La trasmissione d’informazioni sulla salute richiede competenze non solo a livello linguistico.
Bisogna conoscere il retroterra culturale, i tabù, il livello culturale e di conoscenza del gruppo al quale vanno indirizzate le informazioni
Servizi d’interpretariato che potrebbero supplire a questa difficoltà di comunicazione sono poco presenti.
Il servizio d’interpretariato – ad es. in Germania – è imposto per legge nei casi di ricovero stazionario in ospedale o prima di un’operazione.

Sono molti gli ospedali che però non si servono di un traduttore/trice professionale. Alcuni ospedali risolvono il problema facendo intervenire del proprio personale che conosce la lingua del migrante, ma non è un professionista.

Negli studi medici privati il problema della comunicazione è spesso risolto con l’intervento delle più diverse persone: personale bilingue, famigliari e perfino il personale di pulizia.
In questo modo è poco tutelato il diritto del paziente al segreto professionale e anche la qualità delle traduzioni spesso non è delle migliori.

Per superare le difficoltà di comunicazione linguistica nel settore sanitario in diverse nazioni europee – Gran Bretagna, Olanda, Paesi scandinavi, Germania – sono stati creati a livello comunale dei “servizi di traduzioni”.

In questo servizio il personale è istruito su temi medici e competenze sociali. Così è offerto un servizio che da garanzia di qualità e competenza. E anche i costi sono limitati per garantire a tutti la possibilità di usufruirne.

L’utilizzo dei traduttori è richiesto anche nel campo dell’assistenza psichiatrica, delle malattie psicosomatiche e croniche.
In questi settori c’è una grande necessità di consulenza e colloqui terapeutici nella propria lingua madre.
La qualità e la capacità della comunicazione nella propria lingua ha una grande influenza sulla capacità di superare/affrontare la malattia.

Per garantire un corretto e pieno utilizzo del sistema sanitario da parte del migrante è necessari che esso sia messo in condizione di poterne usufruire.
Oltre alle competenze linguistiche dei traduttori, sono spesso necessarie conoscenze e competenze culturali delle persone che offrono il servizio, oltre naturalmente alle conoscenze del sistema sanitario e sociale.

Sono queste le figure dei mediatori culturali che con il loro intervento permettono di mettere in contatto l’emigrante e gli attori del sistema sanitario.

Altro ambito specifico dove la figura del mediatore culturale assume un grande ruolo è quello delle dipendenze.

Nell’ambito della dipendenza sono poche le istituzioni che lavorano con dei concetti interculturali sia nella cura sia nella prevenzione.
Il numero delle istituzioni che specificatamente si rivolgono ai migranti con problemi di dipendenza, è molto basso.
Nel settore della tossicodipendenza spesso i migranti non prendono in considerazione le offerte dei centri di consulenza. Diversi sono i fattori che impediscono il dialogo: linguistico (esprimo meglio i sentimenti nella mia lingua); legale (tossicodipendenza = criminalità), mancanza di fiducia.
L’intervento del mediatore culturale in quest’ambito garantisce il superamento di queste barriere.
Purtroppo sono poche le strutture che utilizzano questa possibilità.

Diversità nella concezione della malattia

Nel settore dell’assistenza medica i problemi non sono solo quelli della comunicazione.

Il concetto di salute e malattia è inseparabile dal retroterra culturale dei migranti.

Nella maggior parte dei paesi europei l’assistenza sanitaria è basata sulla concezione scientifica della medicina.
In altri paesi d’origine dei migranti la medicina è spesso collegata a concetti religiosi.
La malattia è spesso considerata dai migranti come una “punizione divina” o come effetto del “malocchio”, cioè qualcosa di “cattivo” provocato da una persona che ti vuole male.

Ciò comporta che spesso paziente e dottore si basano su diversi concetti per curare la malattia seguendo e accettando delle terapie che non tengono conto del retroterra psicosociale del paziente.
Con una serie di colloqui sugli aspetti socio psicologici e sulle diverse possibilità di cura – dove il mediatore culturale fa da tramite – le attese di guarigione del paziente e le diverse possibilità di cura del dottore possono essere meglio concordate.

Fattori strutturali / Esperienze specifiche legate all’emigrazione

L’utilizzo delle prestazioni offerte dal sistema sanitario da parte dei migranti risente molto dalle esperienze che essi hanno fatto.

A causa della paura della perdita del posto di lavoro in caso di malattia o della perdita del permesso di soggiorno, i migranti si rivolgono ai dottori molto spesso in ritardo.

Le esperienze negative che molti migranti fanno negli studi medici si possono ricondurre a senso di discriminazione da parte del personale, alla difficoltà di comunicazione.

Negli asilanti e rifugiati il fenomeno è molto più evidente: sono considerati approfittatori del sistema sanitario.

I pazienti in generale hanno una varietà e diversità di bisogni, siano essi migranti o non migranti.

Una presa in considerazione di queste diversità / differenze (Diversity Management) manca in molte nazioni dell’Europa, troppo legati a sistemi monoculturali.

L’attenzione verso l’eterogeneità culturale e linguistica dei pazienti o delle persone che hanno bisogno di assistenza specifica è frutto spesso di coraggiose iniziative private.

Da molte parti è sostenuta la necessità che nella formazione delle professioni mediche s’inserisca obbligatoriamente la “competenza interculturale”.
Finora non si è ancora riusciti ad ancorare questa specifica qualificazione al sistema formativo.
L’utilizzo di personale di madrelingua può solamente coprire una parte del bisogno.

Conclusioni / Richieste

Ai paesi dell’Unione Europea caratterizzati da una forte immigrazione e alla Germania in particolare, in considerazione delle analisi sopra fatte, chiediamo che:

  1. La salute degli emigrati sia da considerare come parte integrale di ogni sistema sanitario nazionale,
  2. venga sostenuta l’istituzione dei mediatori culturali,
  3. gli operatori professionali vengano formati con competenze interculturali,
  4. le strutture e delle istituzioni sanitarie vengano adeguate alle diversità della società (sempre più multiculturale),
  5. la comunicazione tra istituzioni e utenti venga migliorata.
  6. le possibilità di accesso e della qualità dell’assistenza sanitaria per gli emigranti vengano migliorate,
  7. le indagini rappresentative – ricerca e statistica – sulla salute che tengano conto della presenza degli emigrati e delle minoranze etniche.
Pino Tabbì – Presidente delle ACLI Baden-Württenberg

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